Le effemeridi di Zan Zan
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10 febbraio (http://it.wikipedia.org/wiki/10_febbraio )
“Non bisogna mai esaurire un argomento al punto che al lettore non resti più nulla da fare: perché non si tratta di far leggere, ma di far pensare.” Montesquieu
Buona domenica Effernauti,
e che domenica! Piena di sole e piena di luce nel giorno del ricordo. Oggi le F sembrano particolarmente lunghe e ve ne chiedo scusa, ma penso che valga la pena fermarsi a riflettere. Sino a qualche anno fa, se mi avessero chiesto un parere sulla questione istriana o sulle radici italiane nei Balcani, mi sarebbero mancate le parole. A malapena avrei saputo delineare qualche vago confine, appeso a nebulose reminescenze scolastiche, davvero approssimative, confuse e mal assorbite per essere rievocate in un discorso sensato e dal valore compiuto. Oggi, nel giorno del ricordo, è difficile trovarne di nuove a commento della complessa vicenda del confine orientale, spesso poco conosciuta, mal studiata o compresa da una comunità nazionale molto distratta e che pur dovrebbe saper leggere il passato per costruire un futuro degno di essere vissuto. I modi per avvicinarsi alla storia sono molteplici e, personalmente, attraverso autori come Enzo BETTIZA – di cui consiglio la lettura di “Esilio, composito racconto a sfondo folcloristico, storico e sociale, quasi il “Buddenbrook dei Balcani”, che con dovizia di particolari racconta la storia della sua famiglia dai tempi di Napoleone e del generale Marmont sino al loro esodo verso l'Italia - o Carlo SGORLON che ne “La foiba grande”, con rara maestria, descrive le sensazioni provate da coloro che il dramma l’hanno vissuto sulla propria pelle in quel lento processo storico che, dalla caduta di Venezia in epoca napoleonica, in poco più di due secoli, ha scolorito il tessuto sociale dell’Istria e della Dalmazia stingendo quei variegati colori mordenzati dall’influsso culturale romano e veneziano, e rinnovati quasi senza soluzione di continuità nel corso dei secoli passati. Lascio ai dati raccolti in questa pagina, e alla recensione del libro di Carlo Sgorlon, il compito di stimolare la vostra curiosità - ove abbiate la pazienza di seguirmi sino in fondo - augurandomi che il ricordo serva per riflettere e non per giudicare.
Dalla “La foiba grande”:
Per lo scultore avevano un’autentica realtà soltanto le cose fornite di strati più antichi e profondi. Più si scendeva nel pozzo del passato e più le cose diventavano vere e concrete. Era come se Benedetto camminasse in cima ad altissimi trampoli che affondavano nel tempo. Ricordava questa immagine da lui letta nelle pagine finali del Tempo ritrovato, riferita al vecchio duca di Guermantes, ormai ottantenne, da cui aveva ricevuto una forte impressione, perché si era riconosciuto completamente nell’anziano aristocratico. I trampoli del duca erano i suoi, ed era lui che con invisibili sostegni affondava in ogni epoca storica dell’Istria, che non era una terra particolarmente illustre, o segnalata nella storia, o ricca di geni, ma era la sua, e quindi unica perché essa, con il suo passato e le sue tradizioni, rassodava l’inconsistenza e la labilità della sua esistenza, franante e sabbiosa. Lui, preso per se stesso, si sentiva senza significato, come una foglia staccata del ramo. Ma se considerava la sua individualità in rapporto all’albero, collocata in un tutto, allora quella solidità diventava anche la sua, ossia quella dell’Istria, regione di confine tra due mondi, quello romano e italiana e quella balcanico e slavo, e della sua lunga vicenda nel tempo.
Oggi
« (legge 30 marzo 2004 n. 92) Oggi l'Italia renderà omaggio ai morti delle foibe, cavità carsiche a imbuto rovesciato, del 1943-1945 e ai trecentomila esuli dalle coste Istriane e Dalmate negli anni tra il 1945 e il 1954. Il 10 febbraio, infatti, è il Giorno del Ricordo, istituito quattro anni fa dal Parlamento proprio per non dimenticare quei drammi al confine orientale del Paese rimasti per decenni sotto traccia, quasi rimossi, comunque vissuti 'in solitario' dai diretti interessati. La cerimonia ufficiale si tiene al Quirinale alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e del Vicepresidente del Consiglio, Francesco Rutelli. Altre cerimonie si svolgono a Trieste. La più importante alla foiba di Basovizza, da alcuni anni diventata monumento nazionale dove sarà inaugurato il Centro di documentazione "per meglio capire e comprendere - ha detto l'assessore comunale alla cultura, Massimo Greco - quei drammi e tramandarli alle nuove generazioni".
Ieri Il dramma delle 'foibe' Ha avuto due momenti distinti: i mesi successivi all'8 settembre 1943 e, poi, i mesi a cavallo della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nella prima fase in alcuni piccoli paesi nel centro dell'Istria, nella seconda alle spalle delle città di Trieste e Gorizia 'invase' dalle truppe del maresciallo Tito tra maggio e giungo 1945. Non è noto il numero degli 'infoibati' - cioé degli anticomunisti o, semplicemente, dei servitori dello Stato italiano - anche se gli storici sono unanimi nel parlare di alcune migliaia. L'esodo:
Fu un
fenomeno che si sviluppò, in modo massiccio e imprevedibile per le autorità
italiane, quando fu chiaro che Roma intendeva rinunciare alla cosiddetta 'zona
B', cioé l'Istria e Malga Porzus Era un mercoledì quello del 7 febbraio del 1945 quando un centinaio di partigiani comunisti, appartenenti alla brigata Garibaldi-Natisone, guidati da Mario Toffanin, nome di battaglia Giacca, salirono, verso le 14,30, alle Malghe fingendosi partigiani sbandati che avevano ingaggiato battaglia coi tedeschi. Non era vero. I garibaldini avevano incarico di eliminare i loro avversari osoviani rei di non condividere il progetto di annessione alla Jugoslavia di Tito del territorio del Friuli e di quello del Veneto orientale, fino al Tagliamento. A Malga Porzus trovarono la morte il comandante della Osoppo, Francesco de Gregori detto Bolla, zio del celebre cantautore, il commissario politico Gastone Valente (Enea), Elda Turchetti, accusata di essere una spia e il giovane Giovanni Comin, che si trovava alla malga per chiedere di essere arruolato nella Osoppo. Gli altri furono fatti prigionieri e portati una ventina di chilometri più a valle, nella zona di Bosco Romagno, sopra il paesino di Ronchi di Spessa, sempre in provincia di Udine, dove furono trucidati. Tra loro c’era anche Guido Pasolini, detto Ermes, fratello del celebre scrittore Pier Paolo Pasolini. Le vittime del barbaro eccidio furono in tutto venti, si salvò solo miracolosamente il capitano Aldo Bricco che si finse morto e riuscì poi a fuggire. E’ lui che riferirà i particolari più agghiaccianti della strage di Malga Porzus.
La foiba grande Carlo Sgorlon Un romanzo nella storia; un elogio al senso di appartenenza alla propria terra, la scoperta delle proprie radici, la ricerca delle proprie origini. E’ la storia di UMIZZA, un paesino istriano dell’entroterra dove Benedetto Polo, fuggito alla coscrizione della Grande Guerra , fa ritorno dopo un ‘esperienza negli Stati Uniti; l’America con la “A” maiuscola, terra d’esilio e nazione giovane che palesa il suo vuoto sostanziale spingendo Benedetto, diventato artista di fama internazionale, a far ritorno verso le sue radici, ancorate al substrato millenario di una storia gloriosa, alla ricerca di un’ispirazione che solo un vero scultore può strappare. La ritroverà nei suoi cari: sua mamma, un sosia, gli amici; nella Natura; nella continuità tradizionale di una terra da sempre crogiolo culturale e punto di confine tra mondi e popoli diversi, cui lui è stato consegnato dalla tradizione della Repubblica di Venezia. Le darà il volto di una Donna, Vera, che tratterà sempre come fosse non una donna, ma piuttosto una nuvola, un bosco, una grotta del Carso, o una cerva che stesse bevendo nel fiume. L’affronto-confronto con il secondo conflitto mondiale, il ritorno degli Italiani, l’avanzata degli slavi titini, l’esodo degli istriani, il dramma delle foibe spegneranno velocemente quel sogno di rinascita ed appartenenza raccontato durante tutto il romanzo con un realismo intessuto di sogni e di chimere di alcuni suoi protagonisti; volutamente proiettati in una dimensione fantastica e spesso delirante. Bello il senso di appartenenza all’elemento naturale della propria terra, sentimento esaltato dalla presenza di un senso di fierezza contadina mai sopito ed esaltato nell’orgoglio dei protagonisti, cui le Donne sembrano dar maggior lustro. E’ Donna la superstizione, Donna la terra, Donna Vera, la protagonista trainante della storia, radice forte che permette all'albero ferito di rifiorire: elemento di salvezza, madre salvatrice e lucida combattente. Donna è l’acqua purificatrice –elemento caro a Sgorlon- che scorre nell’anima profonda della roccia carsica, scavandola fino nell’atrocità misteriosa delle foibe, ma confluendo anche in quei fiumi che, come il Leme, si aprono nei fiordi istriani e la portano nel mare e verso l’infinito, puro e liberatorio. Acqua, specchio purificatorio, cui farà ricorso Vera per lavare via il “dolore” della guerra con un lungo bagno, lavandosi dal peccato, compiendo la sua missione materna e salvifica. L’acqua del mare tanto caro ai veneziani che popolarono le coste, lontani dall’entroterra selvaggio e contadino cui sembrano più legate le genti di origine slava e che si estendono, infinite, verso le steppe sovietiche. All’autore il merito di averci fatto rivivere l’esperienza storica nei fatti comuni della gente, della vita di un paesino istriano come tanti, immerso nella natura istriana e custode nel suo grembo di una peculiarità che, sospesa tra doline e trame carsiche, ha alimentato paure, superstizioni e coperto genocidi d’incredibile crudeltà affidati ad una Storia troppo spesso dimenticata e mal riportata.
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