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Trama "Vitelloni"
vengono chiamati, nelle città di provincia, quei giovani di
buona famiglia che passano la loro giornata nell'ozio, tra il
caffé, il biliardo, la passeggiata, gli amori inutili, i
progetti vani. Tali sono, nella loro piccola città, cinque
amici: Fausto, Moraldo, Alberto, Leopoldo e Riccardo. Fausto
amoreggia con Sandra, la sorella di Moraldo. Accade che la loro
relazione non sia priva di conseguenze: Sandra aspetta un
bambino e, per volere del padre, Fausto deve fare il suo dovere,
sposando la ragazza. Ma né il matrimonio, né la paternità hanno
la virtù di renderlo più serio. Fausto è sempre lo stesso
"vitellone", amante dell'ozio, delle avventure, dei passatempi.
Tradisce la moglie amoreggiando anche con la moglie del suo
principale, il che gli fa perdere l'impieguccio che il suocero
gli aveva trovato. Dopo avergli ripetutamente perdonato i suoi
tradimenti, Sandra un bel giorno perde la pazienza e scappa di
casa col bambino. E' un duro colpo per Fausto, che comprende
finalmente tutto il male che ha fatto a sua moglie: la cerca
disperatamente, la trova, si riconcilia con lei, mentre suo
padre completa, a suon di bastonate, la lezione. Gli altri
vitelloni continuano a trascinare la loro inutile esistenza; ma
uno di loro, Moraldo, un bel giorno parte, senza salutare
nessuno. Forse ha trovato la sua strada.
Leone d'argento alla mostra di Venezia 1953 ex-aequo con Teresa
Raquin, Moulin rouge, Il piccolo fuggitivo, I racconti della
luna pallida d'agosto e Sadko.
Nastro d'argento per il miglior film e il miglior attore non
protagonista (Akberto Sordi).
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CRITICA
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"Fellini, come al
solito, si colloca decisamente al centro dei sentimenti, e
perciò dei personaggi; (...) egli esprime il sentimento del
vegetare, dell'inerzia, del rischioso e sonnolento svanire della
gioventù". (Brunello Rondi, "Cinema e realtà", 1957).
"Forse Fellini non ha saputo o voluto domandarsi se i vitelloni
cresciuti negli anni del dopoguerra non fossero i figli di altri
vitelloni, anche più malinconici e interiormente fragili, se
l'inconcludenza di una certa parte delle generazioni maturate in
quel periodo non provenisse dall'aridità e povertà del terreno
sul quale queste generazioni erano cresciute. E' una domanda
alla quale, a quei tempi, si era risposto ormai fin troppo
esaurientemente, e forse in maniera altrettanto generica,
rovesciando abbondantemente le colpe dei figli sulle spalle dei
padri, spalle colpevoli di tutto, e da qualsiasi punto di vista
ci si fosse messi per giudicare: colpevoli di conformismo o di
vuoto attivismo dannunziano, di ingenuo e bambinesco fascismo,
come di scialbo e sterile antifascismo." (Carlo Lizzani, "Il
cinema italiano 1895-1979" Editori Riuniti, 1980).
"Mi pare che Fellini rappresenti, assieme a Lattuada, Germi,
Emmer, l'ala piccolo-borghese della nostra scuola
cinematografica realistica e democratica: la storia, la vita
attraggono lui pure dalla parte della realtà; d'altro canto è,
anche lui, ancor legato ai pregiudizi dell''imparzialità', delle
idealistiche teorie dell'arte che se ne sta 'al di sopra della
mischia'. Nei 'Vitelloni' una precisa determinazione critica,
sia in senso storico che in senso sociale, manca. Vi è sincera
inquietudine, lirica effusione, moralismo sentimentale, e
qualche intuizione di un mondo nuovo, diverso. Ma non vi è
organica compiutezza, non consequenzialità, tutto tende a
fermarsi a metà strada, e si contraddice. Accanto a bellissimi
squarci realistici, ecco momenti laterali, secondari,
irrilevanti, vere e proprie dispersioni naturalistiche. Ma in un
periodo in cui il realismo critico procede frammezzo a tante
difficoltà, la cosa non può sorprendere." (Glauco Viazzi, "Il
calendario del Popolo", ottobre 1953).
"'I Vitelloni' (1953), direttamente autobiografico, è una
galleria di giovani disoccupati, irresponsabili e velleitari
figli di mamma (e il termine entrò nella lingua italiana), tra i
quali campeggia il personaggio di Sordi (Alberto), punto di
fusione di violenza satirica, grottesco e patetismo. Il film si
chiude con la partenza all'alba di Moraldo, il meno intorpidito
del gruppo, salutato alla stazione da Guido, il piccolo aiuto
ferroviere, simbolo di un mondo dove la fatica quotidiana è la
regola. Dove va Moraldo? La risposta doveva venire da un film di
cui Fellini scrisse la sceneggiatura con Flaiano e Pinelli ma
che non realizzò mai: 'Moraldo in città', dove la città è Roma,
la capitale. Il ragazzo che all'inizio di Roma - dopo le
vignette provinciali d'approccio - sbarca a Stazione Termini è
una reincarnazione di quel Moraldo Federico." (Morando Morandini,
in "Storia del cinema" a cura di Adelio Ferrero, Marsilio,
1978).
"Il film, sia o no per raffinati, piaccia o no alle platee,
risulti o no spiacevole qualche inutile grossolanità (l'episodio
dell'attore vizioso e anormale), è tra i migliori dell'ultima
produzione italiana." (Arturo Lanocita, "Corriere della sera",
28 agosto 1953).
"Un film che ha la sua importanza. Anzitutto perché ha parecchie
pagine molto intelligenti; poi perché va alla scoperta di un suo
saporito mondo provinciale, e infine perché è il secondo film di
un giovane che qui compiutamente si afferma." (Mario Grasso, "La
Stampa", 9 ottobre 1953).
"Con questo film Fellini inventò (o rese familiare, il che è poi
lo stesso) un neologismo destinato a vivere ancor oggi, ad
entrare nel lessico corrente. Impose nuovamente Sordi, che il
noleggio allora non voleva assolutamente (lo stesso Fellini
ricorda che, quando finalmente riuscì a trovare una
distribuzione, nei primi manifesti e nelle prime copie gli si
impose di non menzionare il nome: 'fa scappare la gente -
dicevano - è antipatico, il pubblico non lo sopporta').
Soprattutto si fece finalmente riconoscere per quel che era ed
è: un grande narratore crepuscolare nelle vesti di un
descrittore ironico." (Claudio G. Fava, "I film di Federico
Fellini", Firenze, 1981).
"Nei 'Vitelloni', prima rimpatriata a Rimini, in una realtà
placentare perfettamente conosciuta, la struttura
narrativa subisce una scomposizione importante: la singola
storia è frantumata in cinque vicende dallo
sviluppo contemporaneo. Ognuno dei cinque amici insegue desideri
diversi e si ritrova allo stesso punto di partenza, agli stessi
discorsi, agli stessi incontri, agli stessi sogni frustrati.Per
una sorta di pudore stilistico l'autore cerca di mantenere un
atteggiamento di equidistanza nei confronti dei personaggi e
solo la voce dell'io narrante ne segnala il coinvolgimento
affettivo." (Gian Piero Brunetta, "Cent'anni di cinema
italiano", Laterza, 1991).
"Fellini, si sa, attua un 'cinema della memoria', nel quale cala
con straordinario nitore sedimenti di un
autobiografismo immediato e pressante. Egli non è mai al di
fuori della mischia, non giudica né condanna mai, ma in certo
senso solidarizza sempre con i suoi personaggi, nei quali è
sempre proiettata una parte della propria esperienza umana. Così
è per 'I vitelloni': non è difficile riconoscere quanto di
Fellini vi sia nella fatuità di Fausto, nel velleitarismo di
Poldo, nell'infantilismo di Alberto. Ma Fellini è anche, e
soprattutto, Moraldo, lo storico e il giudice del gruppo.Nel
finale del film Moraldo parte; col suo valigino di fibra e pochi
soldi in tasca prende un treno qualsiasi, che lo strappi a quel
limbo di inutilità e lo faccia approdare in un luogo dove la
vita, e il lavoro, abbiano un senso. Non sa egli stesso dove
andrà e cosa farà. Ma a noi non è difficile immaginarlo: avrà
varie esperienze, e finirà per fare del cinema, e per dirigere
un film intitolato 'I vitelloni'..." (Guido Cincotti, "Radiocorriere
TV", maggio 1962).
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