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TRAMA:
Spagna, fine '700. Nella Penisola Iberica, l'Inquisizione sta
sferrando gli ultimi attacchi contro la crescente filosofia
Illuminista proveniente dalla Francia e che ha già contagiato quasi
tutta l'Europa. In questo clima di tensione e oscurantismo vive e
lavora Francisco Goya che, divenuto pittore di corte, annovera tra i
suoi clienti Lorenzo Casamares, un influente monaco domenicano del
Sant'Uffizio. Durante la frequentazione dello studio del pittore,
Casamares scorge una tela raffigurante una ragazza che lui riconosce
essere Inés Bilbatua, figlia di un commerciante e musa di Goya. Da
quel momento per Inés e per l'artista inizia una serie di tragiche
vicende che, a causa di un'accusa di eresia, li vedrà coinvolti
anche con la Santa Inquisizione. |
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CRITICA
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"E' dall'incontro
fra il grande regista di'Qualcuno volò sul nido del cuculo' e di
'Amadeus', formatosi nella Cecoslovacchia sovietizzata e poi
emigrato in America, cioè Milos Forman, con l'altrettanto grande
sceneggiatore Jan-Claude Carrière, francese, a lungo
collaboratore di Luis Buñuel, è dall'incontro tra due non
spagnoli che nasce questo film sulla Spagna di Francisco Goya,
tra l'ultimo decennio del '700 e il primo dell'800. (...) La
lettura di Forman contiene, in trasparenza, un riferimento molto
chiaro ad altri sfondi storici e ad altre tragedie, quelle delle
ideologie novecentesche da lui personalmente conosciute e
vissute. Nel cieco fideismo di padre Lorenzo il regista
rappresenta il comunismo del XX secolo, la presunzione di sapere
anche per gli altri che cosa è la libertà e quella di imporla
con la forza delle armi e del regime poliziesco. Questa è una
caratteristica del film. L'altra è quella di servirsi della
forma del feuilleton secondo l'inconfondibile spirito ironico e
graffiante del suo regista." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica',
13 aprile 2007)
"Quanto tempo occorre perché un film veda la luce? Dipende ma le
vie della storia, sempre tortuose, a volte sono provvidenziali.
Milos Forman sognava di occuparsi di Goya e dell'Inquisizione
spagnola da quando studiava nella Cecoslovacchia socialista. Per
realizzare quel sogno c'è voluto più di mezzo secolo, ma il
senso del film ne esce arricchito. E se ieri Forman vedeva un
parallelo fra la dominazione sovietica e l'Inquisizione, oggi
questo tormentato 'Goya's Ghosts' ('I fantasmi di Goya'), come
suona il titolo originale, evoca spettri meno remoti. Come la
guerra in Iraq, nata per esportare la democrazia, o il dibattito
sulla tortura contro i terroristi. E chissà cosa vedremo fra
altri trent'anni in questo film che racconta l'eterno ritorno
dell'identico sotto spoglie sempre diverse. (...) Ma se tutto si
ripete nel sangue e nell'orrore, e se il personaggio di Bardem è
troppo strumentale per esistere davvero, Forman mette a segno
momenti indimenticabili non tanto nelle scene madri quanto nei
dettagli folgoranti che le accompagnano: un asino che mangia la
biada dopo aver portato il condannato al patibolo, il re che si
sfoga sparando agli avvoltoi, le galline calpestate dai cavalli
di Napoleone, Goya che dipinge di notte usando un cappello
tempestato di candele. C'è più verità, e più emozione, in questi
momenti apertamente ispirati alle opere di Goya che nel disegno
fin troppo esplicito della trama. Come forse era inevitabile in
un film dedicato a un artista che sullo schermo vive veramente
solo attraverso le numerosissime opere citate." (Fabio Ferzetti,
'Il Messaggero', 13 febbraio 2007)
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