La battaglia di Algeri
(1966)
Saadi Yacef Saari Kader
Jean Martin Colonnello Philippe Mathieu
Brahim Haggiag Ali La Pointe
Michèle Samia
Fawzia El Kader Halima
Algeri, 7 ottobre 1957. I parà del colonnello Mathieu circondano il nascondiglio dell'unico superstite del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, Alì La Pointe, e minacciano di far saltare con la dinamite la casa. Questi, in attesa della morte, ripercorre con la memoria gli avvenimenti nei quali, da sfruttatore di donne e pregiudicato comune, è maturato in uomo cosciente del suo diritto alla libertà. Tre anni prima, nel novembre '54, la lotta era cominciata liberando la Casbah dai germi della malavita per fare della cittadella araba la roccaforte della rivoluzione: poi era esplosa con scontri individuali ed azioni terroristiche che avevano provocato reazioni da parte della popolazione francese. Nel gennaio del '57 erano giunti il colonnello Mathieu ed i paracadutisti che, con un'azione militare e poliziesca non priva d'intelligente organizzazione e non aliena da sistemi di tortura, avevano progressivamente smantellato l'organizzazione algerina e risalita la piramide dei collegamenti fino ad isolare La Pointe e scoprirne il nascondiglio. Morto Alì La Pointe, la rivoluzione appare sedata. Ma nel dicembre del '60 tutto ricomincia quasi per incanto e due anni dopo l'Algeria ottiene l'indipendenza.
Note
CANDIDATO ALL'OSCAR 1967 PER IL MIGLIOR FILM STRANIERO. NEL 1969, INVECE, CON QUESTO FILM GILLO PONTECORVO E' STATO CANDIDATO ALL'OSCAR PER LA MIGLIOR REGIA E, INSIEME A FRANCO SOLINAS, PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE.
NASTRO D'ARGENTO 1967 IL MIGLIOR FILM.
LEONE D'ORO AL XXVII FESTIVAL DI VENEZIA (1966) DOVE HA RICEVUTO ANCHE IL PREMIO DELLA CRITICA INTERNAZIONALE, FIPRESCI
DEA D'ARGENTO AL FESTIVAL DEI FESTIVALS DI ACAPULCO (1966).
Critica
E' senz'altro un film di grande spettacolo, collocato su un grande sfondo, con un tema collettivo che muove grandi emozioni e grandi masse, con una forza di tenzione che la presenza stessa della storia di ieri, sentita nella lacerazione dialettica delle opposte passioni nazionali (...) porta ad altezze culminanti". (Filippo Sacchi, "Epoca", settembre 1966).