GOMORRA
Roberto Saviano
2007

Tradotto in Inglese, Francese e sicuramente in altre lingue, sull’onda dirompente successiva al successo dell’omonimo film a Cannes, il libro di Saviano si legge come un noir d’eccezione, una storia che sgorga pulita e schietta dal cuore della terra campana,figlia di una falda freatica incontaminata, fresca e ricca di purezza e sentimento.
Saviano ci descrive un mondo che vediamo da lontano e nei telegiornali, spesso tradotto e traghettato nella nostra quotidianità con facili sillogismi insofferenti o semplificazioni interpretative che, a malapena, riescono ad illuminarci. Con l’arma della sua parola scritta egli ci offre la forza chiarificatrice di un’analisi scientifica, esauriente, obiettiva e capace di compensare quella consapevolezza intrisa di banalizzazione troppo spesso abbinata alla superiorità di chi guarda da lontano e pensa che: “almeno si ammazzano tra di loro”.
In una nuova Gomorra del XXI secolo, il Sistema dei clan della camorra – un meccanismo piuttosto che una struttura- ha mercificato tutto, creando una realtà dinamica, una intelaiatura economica vincente, espressione superba e arrogante del liberismo più spietato ed irriverente che, eroso il diaframma che spunta tra legge e l’imperativo economico, tra ciò che la norma vieta ed il guadagno impone, e a costo di strappare alla terra e al suo popolo tutta la sua linfa vitale, punta al monopolio assoluto di qualsiasi attività commerciale; con il miraggio di un profitto totale da raggiungere con ogni mezzo e condividere all’interno delle proprie maglie, in un funzionale aggregato sociale omertoso: dove l’appartenenza si coniuga con la sopravvivenza.
Saviano sa come funzione il Sistema, lo sa e lo racconta con la forza della parola. Forza che nasce da un pellegrinaggio e prende corpo sulla tomba di Pier Paolo Pasolini, dove l’autore si reca non per un omaggio, ma per trovare un luogo dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. Parola che sgorga come lava dal profondo dell’anima e che come tale brucia ogni cosa al suo passaggio, sublimandone l’essenza e restituendo al lettore, senza metafore, mediazioni - e con la sola lama della scrittura - una equilibrata ed esaustiva disamina dei meccanismi del potere.
Come in un ideale ciclo vitale, o viaggio che si rispetti, tutto inizia da un porto, quello di Napoli: perché tutto quello che esiste passa da qui. Ma il porto di Napoli è una ferita. Ferita che apre, indifeso, il suolo campano ai prodotti di scarto di mille attività industriali, per istradarli verso trame carsiche esauste – scavate per estrarne cemento dal Sistema - e trasformarli in massimo profitto, pompandoli nelle arterie ormai ingolfate di un ventre esausto, cui viene tolto anche l’ultimo respiro.
Così ci viene descritto il territorio con più morti ammazzati d’Italia, quello che nell’area nord di Napoli registra uno dei rapporti spacciatori-numero d’abitanti più alto d’Italia; dove, la droga è un’economia florida, perché mille lire investite nella droga il 1° settembre diventano cento milioni il 1° agosto dell’anno successivo; dove scegliere di salvare chi deve morire significa voler condividerne la sorte, perché lì con la volontà non si muta nulla ed è come se tutto fosse un unico territorio con un’unica dimensione e un’unica sintassi ovunque comprensibile; una sensazione di non scampo, una costrizione a essere parte della grande battaglia o a non essere.
Un viaggio catartico attraverso la parola per urlare al mondo la propria rabbia, quella della sua terra, del suo popolo e mostrare a tutti quanta vita (r)esista ancora.
Un libro da leggere a tutti i costi, per capire a fondo un film davvero efficace nel dipingere visivamente quanto abbozzato in maniera superba e cruda dall’autore col mezzo della parola.
Voto: nove
P.s.: all’autore perdoniamo volentieri qualche congiuntivo perso per strada e l’annoverar tra i Padri della Costituzione un partigiano di troppo; la lirica struggente del libro è davvero singolare e compensa tutto.
Raccontato con le frasi dell’autore:
Ricordate. Allora il SIGNORE fece piovere dal cielo su Sodomia e Gomorra zolfo e fuoco; egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo. Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale. (Genesi 19,12-29). Dobbiamo rischiare di divenire di sale, dobbiamo girarci e guardare cosa sta accadendo, cosa si accanisce su Gomorra, la distruzione totale dove la vita è sommata o sottratta alle vostre operazioni economiche Non vedete che questa terra è Gomorra, non lo vedete ?
E’ la luce quello che più mi piace quando giro per Secondigliano e Scampia. Le strade enormi, larghe , ossigenate rispetto ai grovigli del centro storico di Napoli, come se, sotto il catrame, a fianco dei palazzoni, ci fosse ancora viva la campagna aperta. D’altronde Scampia, parola di un dialetto napoletano scomparso, definiva la terra aperta, zona di erbacce, su cui poi a metà degli anni ’60 hanno tirato su il quartiere e le famose Vele. Il simbolo marcio del delirio architettonico o forse più semplicemente un’utopia di cemento che nulla ha potuto opporre alla costruzione della macchina del narcotraffico che si è innervata nel tessuto sociale di questa terra.
Non sono mai riuscito a sentirmi distante, abbastanza distante da dove sono nato, lontano dai comportamenti delle persone che odiavo, realmente diverso dalle dinamiche feroci che schiacciavano vite e desideri. Nascere in certi luoghi significa essere come il cucciolo del cane da caccia che nasce già con l’odore di lepre al naso, Contro ogni volontà, dietro la lepre ci corri lo stesso: anche se poi, dopo averla raggiunta, puoi lasciarla scappare serrando i canini.
Questo forse vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia ancora d’umano, se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una risposta che dia il senso di ciò che sta accadendo.
Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio […] Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’architettura dell’autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.[…] “
Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta.
Avevo voglia di urlare,volevo gridare, volevo stracciarmi i polmoni, come Papillon, con tutta la forza dello stomaco, spaccandomi la trachea, con tutta la voce che la gola poteva ancora pompare: “Maledetti bastardi, sono ancora vivo!”.