IL TALLONE DI FERRO
Jack LONDON
(1907)

Il TALLONE di FERRO ha assunto in più periodi la funzione di una piccola bibbia popolare del socialismo scientifico. Su di esso si sono formati, esaltati, chiariti, migliaia e migliaia di militanti rivoluzionari del proletariato mondiale. Spietato nel suo valore profetico, si mostra lucido nella visione della lotta di classe, affrancata dalle chiacchiere dolciastre del socialismo sentimentale e sempre più attuale in un’America di oggi, e nelle economie globali del mondo, dove la divisione tra una classe operaia “integrata” e i ghetti del “popolo degli abissi” non è mai stata così reale.
Diverse opere narrative hanno predetto a loro modo successivamente questa evoluzione, ma a parte “Il mondo nuovo”, scritto da Aldous Huxley nel 1932 ed opera fondamentale per decodificare le moderne oligarchie capitaliste democratiche, il primo ad intuire come il sistema delle multinazionali avrebbe scardinato ogni concetto di democrazia è “Il tallone di ferro”: un libro insostituibile che, malgrado i comprensibili appesantimenti stilistici tipici della narrativa popolare ottocentesca, fornisce più di uno spunto analitico.
LA STORIA
“Cercherò di raccontare in tutta semplicità in che modo Ernest Everhard entrò nella mia vita: come lo conobbi, come finii col diventare parte di lui, quali profondi cambiamenti portò nella mia vita. In tal modo potrete guardarlo attraverso i miei occhi e apprendere di lui ciò che appresi io: tutto, salvo le cose troppo intime e dolci perché io possa ridirle.” Con queste parole AVIS CUNNIGHAM, futura signora EVERHARD, racconta la sua storia d’amore, la sua Rivoluzione. E lo fa introducendoci il suo Ernest durante un confronto tra “predicatori”, a casa Cunnigham. In una serata tra “gente di chiesa”, e in molte altre che seguiranno, Ernest si batte contro coloro che ritiene pensatori “metafisici”, capaci di ragionare, cioè, per deduzione, partendo dalle proprie soggettività e non come deve fare un “vero scienziato” che ragiona per induzione a partire dall’esperienza dei fatti.
EVERHARD filosofeggia, attacca direttamente i membri dell’oligarchia capitalistica dei tanti uomini d’affari della società americana, così come si presenta nel 1912. Barricata dietro la sua morale di casta, essa non comprende né il genere umano, né il mondo circostante e tuttavia si erge ad arbitro della sorte di milioni di affamati e di tutta la massa umana. E Ernest, descritto con enfasi da una AVIS sempre più innamorata, cerca di aprire gli occhi a tutti quei “metafisici” che un giorno saranno sbeffeggiati dalla Storia e sopraffatti dalla Rivoluzione che naturalmente porterà a compimento il processo evolutivo derivante dallo scontro tra Capitale e Lavoro, nella complicata gestione del Plusvalore.
E li esorta ad intravedere quella “rivoluzione” invisibile e formidabile che si sta preparando nelle intime fibre della nostra società”¸una società dominata da un’oligarchia di capitalisti insensibili che legiferano a loro vantaggio ed educano nelle scuole a favore del loro “regime”. E di fronte ad essi, dominata, si muove la classe degli “schiavi delle macchine”, quella del proletariato che, per la sua prole, è capace di sopportare qualsiasi sopruso. Ma sarà quella stessa classe a generare “Capitani del Lavoro” che, come Ernest , sapranno condurre le masse sopraffatte a compiere quella Rivoluzione che in essi è latente e che la Storia attende come normale e salutare processo evolutivo.
Per citarlo con parole: “Ricordate che l’ondata del progresso non si ritrae mai. Senza riflusso, essa procede dalla concorrenza all’associazione, dalla piccola fusione alla grande, dalle grande fusioni ai grandi e potenti cartelli, sino al Socialismo che è la più gigantesca di tutte le organizzazioni.” E ancora: “In questa lotta non c’è posto per la media borghesia, vero pigmeo fra due titani (i Trust e la Forza lavoro –ndr-). Non capite voi medio-borghesi , che siete presi fra due macine che hanno già cominciato a girare ?”
Ma la lotta contro il Tallone di Ferro dell’oligarchia dispotica finisce con lo scontrarsi contro “alle caste operaie, i mercenari e le schiere innumerevoli di poliziotti ed agenti di ogni specie interamente asserviti all’oligarchia.” Mentre sempre più pietosa e distaccata si fa la condizione del “popolo degli abissi”, totalmente alla deriva e abbandonato a se stesso, la Causa della Rivoluzione comincia a scontrarsi, in seno alla sua organizzazione, col rischio di sfociare in terrorismo, alimentando ulteriormente l’odio repressivo del Tallone di Ferro che “proseguiva impassibile verso il suo scopo, scuotendo il tessuto sociale, epurando i Mercenari, le caste operaie e i servizi segreti per espellerne i compagni, e punendo senza odio e senza pietà…….”.
E termina così, incompiuto, il manoscritto di Avis EVERHARD, ritrovato a 700 anni dalla sua stesura distogliendo per un attimo l’attenzione del lettore e spostandola sulla fine misteriosa di Ernest. Lui “l’Aquila che batte l’aria con ali instancabili, librandosi in eterno verso il suo sole, l’ideale radioso della libertà umana”.
COMMENTO
Un libro decisamente curioso e particolare per la forma con cui "idealmente" ci viene restituito sotto forma di manoscritto rinvenuto incompleto "settecento anni dopo" la sua compilazione. Ambizioso e preveggente l'autore, in piena esplosione del movimento socialista mondiale, ci offre una sorta di "bibbia popolare" dove il ruolo centrale svolto da Ernest Everhard, il cui nome ispirerà i genitori del Che, sembra quasi il racconto di un sogno autobiografico, soffusamente appeso al romantico sentimento amoroso che permea dalle parole di Avis Cunningham, sua moglie, cui viene affidata la narrazione del manoscritto. Filosofico nella misura in cui "la Filosofia sintetizza in sé la conoscenza offerta da tutte le scienze", Ernest vede nel socialismo la normale conseguenza della forza evolutiva della "Storia". Essa, infatti, finirà per "trovare" nel tempo la miglior soluzione possibile derivante dal confronto fra Capitale e Lavoro, eliminando e delegittimando le tensioni derivanti dal "plusvalore" e dalla " ricchezza non consumata" figlia del sistema capitalistico degli "oligarchi", e facilitandone la sua giusta e totale distribuzione sul proletariato.
E da questo affresco romantico, pur potendo trarre solidi e precisi spunti teorici e filosofici, il lettore esce un po’ sognante; grato all'autore per la visione d'insieme che gli viene offerta ma intravedendo molte di quelle verità che la Storia, negli anni successivi, ha comunque suffragato o definitivamente bocciato.
Sicuramente da non perdere, getta una luce ancor più interessante sul “papà” di Zanna Bianca”.
Zan Zan