LA DONNA DELLA DOMENICA

Fruttero e Lucentini

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Un caso che si svolge a Torino dal martedì alla domenica, quasi a rispettare il riposo dei barbieri. Altrimenti non avrebbe potuto intrattenere l’architetto Garrone, Salvatore, prima che facesse un ultimo giro nella nell’ambiente di quella Torino decadente che, per dirla con le parole del barbiere, mostrava chiaramente che: C’era troppo egoismo a questo mondo, troppa ingiustizia; e il mondo, di conseguenza, stava andando bellamente a rotoli, bastava guardarsi intorno per vederne i chiari sintomi anche a Torino.

Che questo giallo non sia proprio come gli altri lo si capisce presto, quando a margine dell’inchiesta resa particolare dal corpo del delitto e trattandosi di indagare “nell’ambiente” della Torino bene, viene chiamato il commissario Santamaria, ex partigiano in Piemonte e adesso nella Polizia a Torino.

L’ambientazione avviene nella Torino degli anni 70, città che cresce all’ombra della Fiat, con i suoi immigrati, gli appalti della ricostruzione , la Torino tutta uguale, dove tutti i quartieri si assomigliano, tutte le strade s’incrociano ad angolo retto e si ha sempre l’impressione di essere rimasti allo stesso posto. Una città “per intenditori”, dove i “Signori" s’erano praticamente estinti o erano senza una lira ed “essere “terrone” era come some soffrire di un morbo indicibile e chi ne era affetto “dopo un po’ che stava qui, cominciava a cercare qualcuno che fosse più a sud di lui, anche solo di mezzo chilometro”. Una città dove l’architetto Garrone viene descritto: una mezza figura in una città di mezza provincia, uno dei tanti semi-qualcuno, sotto-personaggi, quasi caratteri che si aggiravano, al coperto, chissà dove, e, allo scoperto tra anteprime del Teatro Stabile , conferenza, mostre di pittura, cineclub, comitati artistici e culturali… e in cui prima o poi, inevitabilmente, finivi per andare a sbattere, come nelle statue dei vari duchi e principi sabaudi sparsi per tutta la città”.

Ed è nell’ambiente intellettuale di quella Torino annoiata, e di conseguenza ciarliera, chiacchierona ed incline all’affettazione, che il commissario dovrà cercare di “attenersi il più possibile ai fatti” senza che gli umilissimi “veri grandi di Torino” si ritraggano nel loro guscio, definitivamente e spietatamente impedendogli di conseguenza di indagare. Quell’ambiente che vede la vita sul proscenio di un “Teatrino personale”, dove col filtro del proprio mondo intellettuale, colloca a turno personaggi come “esempi contro” da cui fuggire, e lo fa con spensieratezza, fin quando va tutto bene. Quell’ambiente ai margini del quale i soggetti più deboli rischiano di essere esclusi, se non addirittura stritolati.

Ed i personaggi di quell’ambiente ci vengono portati uno a uno e descritti con maestria; con uno stile particolare, sagace, e con immagini efficaci, citazioni, proverbi francesi efficacissimi, con i quali gli autori sembrano raccontarci un episodio di vita, parallelo all’evolversi dell’indagine.

E così viene inventato l’americanista Bonetto; il personaggio sensibile ed impaurito quale è Lello ed i cui monologhi sono forse una delle parti più riuscite del romanzo, e poi Anna Carla, il Cambi, Sheila l’americana svampita, le sorelle Tabusso, il gallerista Vollero, la sorella del Garrone, monsignor Passalacqua con le sue erudite conoscenze sugli itifalli. Il meglio dell’ambiente, è vero, ma anche di quella Torino che fa da sfondo alla vita del commissario, quella città che Lello denuncia come capace di offrire file di domeniche vuote…  con le sue vie deserte e le sue saracinesche abbassate, i suoi stadi ululanti ed i suoi lividi bar, i suoi cinematografi pieni al pomeriggio di famiglie squallide, affollati la sera di terroni ostili. Quella città dove il Santamaria,un uomo solido coi baffi, positivo e concreto, si muove trai i fatti e anche tra la gente comune, lasciando spesso a casa la sua stella da sceriffo.

E lo fa, senza conoscere De Quincey e la sua teoria dell’assassinio come una delle belle arti, affidando i suoi sentimenti a quella “schiavitù ferroviaria e routinaria” che dovrebbe portarlo a Novara ogni sabato dalla sua Jole, scoprendo però che in fondo“tutti gli uomini, dai più miseri ai più frivoli, dai più ricchi ai più miserabili, perseguivano in realtà, sapendolo o non sapendolo, quell’unico scopo che Ronsard riassume così bene nel suo “Vivez si m’en croyez, n’attendez à demain. Cueillez dès aujourd’hui les roses de la vie. »

Ma il suo compito è difficile: Torino è una città pericolosamente mascherata. Non è affatto sobria e diffidente. E’ la più pronta a captare il Male da ogni angolo della terra e la sua funzione è di spargerlo in giro per il resto della Penisola. Se uno ci fa caso, i flagelli che opprimono la patria, a cominciare dall’unità nazionale, sono sempre partiti da Torino. La prima automobile, i primi consigli di fabbrica, il cinema, la prima stazione radio, la televisione, gli intellettuali di sinistra, i sociologi, il Libro Cuore, il cioccolato di lusso, l’opposizione extraparlamentare, insomma tutto. E’ una città straniera che odia il resto d’Italia e manda i suoi messaggeri maledetti a diffonderci ogni più abominevole trovata”. Eppure ciò, non basta a scoraggiarlo.

E quando l’idea finalmente gli viene in mente, è già domenica, il “giorno del riposo”. Un riposo che porta con se tante risposte: l’immagine di un uomo chiuso in un guscio forse sicuro e prezioso, inalterabile, o forse invece di una fragilità senza avvenire. Un giorno che porta anche tante altre risposte e la soddisfazione di essere arrivati fino in fondo ad un libro davvero piacevole e molto interessante.

Voto: otto

 

 

Le frasi salienti

La prima frase:

il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte. Aveva cominciato aprendo gli occhi nell’oscurità fonda della sua camera, dove la finestra ben tappata non lasciava filtrare il minimo raggio

La più bella:

“La vita era fatta così: greve, goffa, penosamente naturale, cominciava a divertirti solo quando s’alzava da terra per tendere all’arte;ma non ti dava mai un senso così acuto di inanità come quando, bene o male, riusciva a raggiungerla… Era naturale, del resto. Il bel dipinto, la bella poesia, la sinfonia sublime, finivano lì. Invece la vita, per forza continuava. Non avevi ancora finito di applaudire, che dovevi già chiederti: “E adesso ?” pag 75

La più buffa:

un puzzo antologico di morte vegetale, animale e industriale stagnava nell’aria ferma, dal giardino zoologico al lungo Pò Machiavelli, sulla sponda opposta del fiume, dove l’avvocato Arlorio ed il giudice Mazza Marengo passeggiavano col passo avaro e dilatorio delle bambinaie, dei carabinieri in alta uniformo, e dei vecchi. Pag 164

Illuminata:

la pornografia – insieme a tante altre cose, del resto – era per liberi individui come lui, che non s’erano fregati col matrimonio, i figli, la routine dell’ufficio o della bottega, che avevano saputo restare aperti a tutte le esperienze, pronti a cogliere tutte le occasioni della vita

La citazione:

Nulla, tranne una battaglia perduta, può essere così malinconico come una battaglia vinta” Ma chi avesse vinto, stasera, e chi avesse perduto, nemmeno Wellington avrebbe saputo dirlo.

La frase in latino:  

olim truncus eram ficulnus, inutile lignum (Orazio)

Aggettivi curiosi:

la risata argentina di Anna Carla, la dormita “pugnace” della stessa.

Descrittiva (p 107):

Sfido, avrebbero gridato certi suoi colleghi, è una città tutta uguale, tutti i quartieri si rassomigliano, tutte le strade s’incrociano ad angolo retto, si ha sempre la sensazione di essere rimasti fermi, c’è da impazzire, che città, madonna, che città.

Zan Zan