LA FOIBA GRANDE

Carlo SGORLON

(2005)

 

 

            Un romanzo nella storia; un elogio al senso di appartenenza alla propria terra, la scoperta delle proprie radici, la ricerca delle proprie origini. E’ la storia di UMIZZA, un paesino istriano dell’entroterra dove Benedetto Polo, fuggito alla coscrizione della Grande Guerra , fa ritorno dopo un ‘esperienza negli Stati Uniti; l’America con la “A” maiuscola, terra d’esilio e nazione giovane che palesa il suo vuoto sostanziale spingendo Benedetto, diventato artista di fama internazionale, a far ritorno verso le sue radici, ancorate al substrato millenario di una storia gloriosa, alla ricerca di un’ispirazione che solo un vero scultore può strappare.

La ritroverà nei suoi cari: sua mamma, un sosia, gli amici; nella Natura; nella continuità tradizionale di una terra da sempre crogiolo culturale e punto di confine tra mondi e popoli diversi, cui lui è stato consegnato dalla tradizione della Repubblica di Venezia. Le darà il volto di una Donna, Vera, che tratterà sempre come fosse non una donna, ma piuttosto una nuvola, un bosco, una grotta del Carso, o una cerva che stesse bevendo nel fiume.

L’affronto-confronto con il secondo conflitto mondiale, il ritorno degli Italiani, l’avanzata degli slavi titini, l’esodo degli istriani, il dramma delle foibe spegneranno velocemente quel sogno di rinascita ed appartenenza raccontato durante tutto il romanzo con un realismo intessuto di sogni e di chimere di alcuni suoi protagonisti; volutamente proiettati in una dimensione fantastica e spesso delirante.

Bello il senso di appartenenza all’elemento naturale della propria terra, sentimento esaltato dalla presenza di un senso di fierezza contadina mai sopito ed esaltato nell’orgoglio dei protagonisti, cui le Donne sembrano dar maggior lustro. E’ Donna la superstizione, Donna la terra, Donna Vera, la protagonista trainante della storia, radice forte che permette all'albero ferito di rifiorire: elemento di salvezza, madre salvatrice e lucida combattente. Donna è l’acqua purificatrice –elemento caro a Sgorlon- che scorre nell’anima profonda della roccia carsica, scavandola fino nell’atrocità misteriosa delle foibe, ma confluendo anche in quei fiumi che, come il Leme, si aprono nei fiordi istriani e la portano nel mare e verso l’infinito, puro e liberatorio. Acqua, specchio purificatorio, cui farà ricorso Vera per lavare via il “dolore” della guerra con un lungo bagno, lavandosi dal peccato, compiendo la sua missione materna e salvifica. L’acqua del mare tanto caro ai veneziani che popolarono le coste, lontani dall’entroterra selvaggio e contadino cui sembrano più legate le genti di origine slava e che si estendono, infinite, verso le steppe sovietiche.

All’autore il merito di averci fatto rivivere l’esperienza storica nei fatti comuni della gente, della vita di un paesino istriano come tanti, immerso nella natura istriana e custode nel suo grembo di una peculiarità che, sospesa tra doline e trame carsiche, ha alimentato paure, superstizioni e coperto genocidi d’incredibile crudeltà affidati ad una Storia troppo spesso dimenticata e mal riportata.

 

Zan Zan