LA RAGAZZA DELLE ARANCE

Jostein Gaarder

2007

 

Mio padre morì  undici anni fa. Quando se andò, io avevo solo quattro anni. Non credevo che avrei più avuto sue notizie, ma adesso stiamo scrivendo un libro insieme.

Inizia così la storia di Georg che in piena adolescenza, a quindici anni, cerca dei punti di riferimento nella sua vita, partendo da qualche istantanea ingiallita, qualche immagine dai contorni sbiaditi ed un ricordo incancellabile – tatuato nel cuore – di una notte passata in braccio al padre, sul terrazzo, sotto il cielo stellato, all’età di quattro anni.

A dare un senso di continuità a quei frammenti di passato sarà, come in ogni favola che si rispetti, un evento intrigante: il rinvenimento di un manoscritto che il padre- Jan Olav- sotto forma di un lettera per il futuro, affida al tempo, custodito nella fodera di un passeggino rosso.

Una lettera scritta prima di partire, un ponte tra padre e figlio che lascia fluire affetto ed emozioni per dare un senso alla vita trascorsa, quando questa volge drammaticamente al tramonto. Una missiva che riparte dal suo pianto su quello stesso terrazzo, sotto la volta del cielo stellato, quando sa già tutto e si rende conto di dover lasciare il suo piccolo senza potergli parlare ne raccontare la favola della sua vita: la storia della Ragazza delle arance.

Profumato dall’intrigo di una fiaba, il dialogo sembra intrecciare il bilancio di una vita sin troppo breve, quella di un padre forzato ad abbandonarla troppo in fretta e nell’ebbrezza della felicità, con l’eredità lasciata ad un figlio che in essa si affaccia indifeso, pieno di entusiasmo e di voglia di viverla.

La Ragazza delle arance è una favola moderna che narra dell’incontro di Jan Olav con Veronika, del suo rincorrerla, del conquistarla, in un susseguirsi di regole che subentrano al raggiungimento di nuovi traguardi e rendono indimenticabile ogni istante vissuto insieme, qui, adesso, nell’immensità della storia dell’universo; per una volta sola, ma davvero unica. Una storia fatta di emozioni, di conquiste, della scoperta di un pronome duale – noi – il cui uso fonde il mondo in una unità superiore, trasformandolo in grande favola travolgente.

 

Ecco qua un bambino, che vuol giocare con una bambina. Possiamo giocare sino alla fine del giorno, nel nostro piccolo regno incantato …

 

In un crescendo musicale, dove si fondono sogno, favola, scienza e realtà, cresce il dialogo tra padre e figlio e la consapevolezza della bellezza del miracolo dell’esistenza.

Il dono del Mondo, Georg lo riceve dal padre e da Veronika, la Ragazza delle Arance; ed è questo il vero miracolo, che rimane vincolato a regole ferree ed alla certezza che se scegli di vivere, scegli anche di morire.

Ma lui, figlio di un amore così forte, mistero nel mistero, se avesse potuto, avrebbe scelto di viverlo lo stesso questo miracolo, anche se per un breve momento e per poi non tornar mai più ? E in caso affermativo poi, l’avrebbe fatto nella certezza che non c’è altra esistenza dopo questa, o sognando di trovare una risposta all’improbabilità di un dubbio che si alimenta solo di speranza ?

Nella risposta a queste domande da parte del proprio figlio, Jan Olav, cerca un senso alla sua vita. Un senso che nessuna scienza saprà mai dargli. Perché la scienza deve pur sempre rimanere un mezzo - per quanto fondamentale – per osservare e carpire ciò che si configura come un fine rappresentato dalla bellezza del mondo; meraviglioso mistero in sè e tale perché le frontiere dell’improbabile sono già state scavalcate.

E l’impeto naturale con il quale Georg accetta di vivere la sua vita, anche per un breve momento, viene suggellato dal ringraziamento al padre per avere intrapreso la caccia a quella Ragazza delle arance e reso ancor più solenne dalla scelta del nome che darà al suo telescopio: Jan Olav. La metafora sensoriale che ne discende, traduce con rara efficacia il nuovo osservatorio scelto dal ragazzo per tornare a guardare il cielo stellato sopra di lui, e continuare a farlo con stupore, spontanea meraviglia e nuovo entusiasmo per una vita finalmente compresa, finalmente aperta, finalmente esplorabile.

 

So che esiste un Male, perché ho sentito il terzo movimento della sonata” Al chiaro di Luna” di Beethoven. Ma so anche che esiste un Bene. So che tra gli abissi cresce un bel fiore, e da quel fiore tra poco si alzerà in volo un calabrone innamorato della vita.

 

Voto: 9 ( nove)

Commento di zan zan:

Consiglio davvero il libro a tutti. Giovani, grandi, belli e brutti. Facile da leggere, immediato e a tratti davvero intrigante.