MILLE SPLENDIDI SOLI

Khaled Hosseini

2007

Davvero avvolgente la storia di Mariam, figlia naturale di un padre che la rifiuta e di una madre che la mette in guardia, a ricordo di come soffrono le donne come noi, di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso. Figlia di un paese travolto dalla guerra dove nascere e sopravvivere sembra già essere un miracolo, Mariam, il cui nome persiano deriva dalla tuberosa, fonde nel suo nome, quasi fosse un auspicio, le forze consolatrici di tre religioni: quella ebraica, cristiana e mussulmana

E’ la storia di una donna che sarà come una roccia nel letto di un fiume, che sopporta senza lamentarsi, la sua bontà non infangata, ma forgiata dalle disgrazie che si sono rovesciate su di lei. Ingabbiata dalla tradizione, la sua vita sembra condannata al grigiore della sottomissione e della sofferenza. Intrecciando il suo destino con quello di Laila, bellezza della notte, nata a Kabul mentre imperversa la rivoluzione che porterà alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan, si troverà suo malgrado trascinata al centro della vita e, complice un avvincente trama letteraria, al centro di una storia ricca e commovente: foriera di un’impensabile opportunità di redenzione.

Ben scritto, mai noioso o scontato, il romanzo ci dà la sensazione di essere finalmente dietro quella telecamera che ci ha sempre offerto le immagini di un Afghanistan martoriato ed inafferrabile, ponendolo al centro del tubo catodico senza che potessimo mai percepire il calore della sua terra o quello della sua gente.

Una storia d'amore totale sorretta da una religione islamica che ci restituisce un Dio finalmente anche nostro; una storia commovente che scorre via veloce con il suo carico di emozioni e, sullo sfondo, il dolore di un paese martoriato e mai lasciato riposare.

Ricco di vocaboli afghani, sparsi nel testo come fossero “canditi”, e mai parco di riferimenti storici o letterari, ecco un romanzo che appare subito come una parabola e che lascia trasparire l’amore dell’autore per il suo paese. Un paese che non è solo orrore e guerra, ma un paese culla della cultura buddhista, che avuto in Herat la culla di quella persiana. Un paese di poeti come Nizami che ben quattro secoli prima di Shakespeare aveva scritto “Magnum e Laila”, versione farsi di Romeo e Giulietta.

Questa è la storia di un paese martoriato e di Kabul,la sua capitale, che deve tornare ad essere verde, ma il cui pentimento giunge troppo tardi. Di quella città che nel XVII secolo, aveva depositato sulle labbra di Saib-e-Tabrizi alcuni versi che recitavano: non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi soli.

Se “il cacciatore di aquiloni” sembrava un atto di dolore recitato dalla scrittore alla fine di una sorta di confessione di colpa, “I mille splendidi soli” fanno pensare piuttosto ad un atto di amore incondizionato verso un popolo ed una terra ai quali sente visceralmente di appartenere e verso i quali si è improvvisamente riavvicinato grazie al suo incarico preso l’UNHCR, agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. L’Afghanistan è un  paese che chiede di essere capito, carpito ed amato, ma per farlo occorrono delle chiavi di lettura che in questo romanzo, a parer mio, ci sono davvero tutte.

E l’elegante riferimento al vecchio Santiago di Hemingway sembra gettare un ponte ideale tra l’autore e il suo paese, rendendoli complici ambedue di una metafora comune, che lascia intravvedere per  entrambi una ulteriore e forse ultima battaglia contro l'incedere del tempo. Ultimo sforzo da compiere per raggiungere la spiaggia della redenzione ed illudersi di esser ritornati giovani e forti per sempre.

Zan Zan