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Un vecchio Lupo, ner guarda le stelle, diventò bono e se sentì er dolore d'ave scannato tante pecorelle. (Tutte le cose belle fanno un effetto maggico ner core.) 5 E diceva fra sé: - Pe' conto mio sarei disposto a fa' la vita onesta: però bisognerà che me travesta perché nessuno sappia chi so' io. Infatti puro l'Omo s'è convinto 10 che pe' sta' bene ar monno è necessaria una certa vernice umanitaria che copra la barbarla de l'istinto. - E fisso in quel'idea pijò la pelle d'un abbacchio morto 15 e ce se fece come una livrea: poi, zitto zitto, entrò ner pecorume che stava a magna l'erba in riva ar fiume. Mantenne la promessa: da quer giorno fu l'amico più bono e più tranquillo 20 de l'agnelletti che ciaveva intorno. Benché stasse a diggiuno min je storse un capello e, manco a dillo, nun se ne mise all'anima nessuno. Ma una brutta matina 25 trovò tutte le pecore scannate e un vecchio co' le mano insanguinate che contrattava la carneficina. - Eh! - disse allora - l'Omo è sempre quello: prèdica la bontà, ma all'atto pratico 30 nun è che un lupo: un lupo dipromatico che specula sur sangue de l'agnello!
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Il Lupo di questa favola perde il pelo e pure il vizio ma l'Omo con cui esso si confronta no. L'uomo è homini lupus molto più di quanto non lo sia un lupo vero verso Vagnelletti. Quello che inizialmente per il lupo poteva essere un cambiamento suggestivo, un travestimento opportunista, diventa poi un ravvedimento vero e profondo. Per l'uomo invece il rispetto dei più deboli è solo finzione, vernice umanitaria che all'atto pratico si scrosta; e viene fuori la ferocia cinica e speculativa della diplomazia, della politica che tratta la massa come pecorume mercanteggiando sulla sua pelle. Resta il dubbio sottile che una parte della colpa l'abbia la massa stessa che si fa pecorume e non riconosce un lupo da un agnello, lasciandosi trattare come carne da macello in cambio di un misero compenso: quello di magna l'erba in riva ar fiume.
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